Iniziai ad andare in giro in sella alla mia Vespa nel
1981. Allora avevo diciott’anni e non
appena riscossi il mio secondo stipendio, che
sommato a quello incassato un mese prima corrispondeva
lira più lira meno al prezzo d’acquisto,
corsi a comperarmi quello che allora si chiamava
“Vespone”, un P125X completo di
ruota di scorta (che ai tempi era venduta a
parte, come optional). Avevo la patente, ma
a ritirarla mandai un amico in quanto la mia
pratica di guida, a ragione, non la ritenevo
sufficiente. Pochi mesi dopo, sulla strada delle
vacanze estive, riuscii a perdermi mentre mi
arrampicavo lungo la statale della Cisa, alla
volta dell’isola d’Elba.
Il pensiero di questo mio imbarazzante esordio
vespistico mi è tornato alla mente più
volte durante il viaggio in Argentina
e Cile che ho compiuto insieme
ad altri amici nel mese di dicembre del 2005.
Un viaggio per diversi aspetti incredibile,
a cominciare dal fatto che l’ho compiuto
proprio in sella a quella stessa Vespa, vecchia
di venticinque anni, con la quale mi smarrii
sulla Cisa.
L’idea di questo viaggio è maturata
insieme ad altri amici dell’Associazione
Vespaonline
della quale faccio parte, tutti quanti come
voi e come me accomunati dalla passione per
i viaggi e l’avventura. L’organizzazione
di una spedizione del genere ha richiesto più
di un anno per la pianificazione e la logistica:
dall’Italia abbiamo spedito via mare al
di là dell’Atlantico 23 Vespa,
2 Land Rover e un carrello da 6 quintali, oltre
a tutti i ricambi e le altre attrezzature. Per
affiatare il gruppo e testare i mezzi abbiamo
percorso diversi itinerari sia in Italia che
all’estero, con un massacrante test finale
lungo la “Strada del Sale”:
un infernale tracciato in fuori strada tra Italia
e Francia. Questo perchè il pezzo forte
della nostra avventura sudamericana sarebbe
stato cavalcare per un lungo tratto di oltre
1.600 chilometri la mitica Ruta 40
(la “Cuarenta” come dicono gli argentini):
un polveroso sterrato di sassi e ghiaia vecchio
di millenni che collega la parte settentrionale
del paese con la Terra del Fuoco, all’estremo
sud.
A fine novembre un primo gruppo è atterrato
in Argentina per occuparsi dello sdoganamento
di mezzi e materiali, per poi trasferirli a
Lujan, una piccola cittadina
a 50 chilometri da Buenos Aires
dove, grazie all’ospitalità del
Vespa Club R.V.A. (Red de Vespistas Argentino),
abbiamo allestito il nostro campo base all’interno
del piccolo aeroporto turistico locale. Il secondo
gruppo, di cui facevano parte anche due brasiliani
che si sono aggregati alla nostra spedizione,
è arrivato all’inizio di dicembre
e il giorno 3 dicembre, alle ore 12.00 precise
il raid ha preso il via.
I primi giorni di cammino sono stati caratterizzati
dalla variabilità del tempo. In dicembre
in Argentina ci si avvia verso il pieno dell’estate
australe: a Buenos Aires di giorno il sole splendeva
e la temperatura non era mai inferiore ai 30°.

Nella Pampa la mancanza di
rilievi e il vento sempre presente fanno si
che il tempo possa cambiare repentinamente.
In particolare un acquazzone di una violenza
incredibile accompagnato da un primo assaggio
dei famigerati venti patagonici, ci ha costretto
a fermarci a lungo sotto la pioggia con i piedi
ben piantati a terra: le folate erano tali da
far letteralmente cambiare corsia alle Vespa
mentre viaggiavamo! La Pampa in questa zona
è molto verde e il paesaggio è
caratterizzato da pascoli acquitrinosi popolati
da mandrie di migliaia di bovini. Abbiamo viaggiato
tagliando diagonalmente l’Argentina in
direzione sud-est, incontrando uno scenario
sempre più arido dove i pascoli lasciano
spazio a una polverosa steppa desertica. Non
c’erano più i manzi a farci compagnia
e ci è capitato di avvistare le carcasse
di qualche animale rimasto isolato, con le ossa
sbiancate dal sole. I centri abitati sono molto
distanti tra loro e tra un distributore e l’altro
ci sono centinaia di chilometri: per aumentare
la nostra autonomia ognuno ha portato con se
in Vespa 10 litri supplementari di benzina.

Il traffico che abbiamo incontrato è
stato scarso e percorrere gli interminabili
rettilinei ha come un effetto ipnotico, che
fa perdere concentrazione nella guida. Ne ha
fatto le spese un mio compagno di viaggio che
è stato centrato da uno dei rarissimi
veicoli incontrati lungo il cammino, un pick-up
in fase di sorpasso che lo ha buttato a terra.
Siamo stati costretti a interrompere anzitempo
la tappa per ricoverarlo e fare gli indispensabili
accertamenti. Fortunatamente non si è
trattato di nulla di particolarmente grave,
ed il giorno seguente abbiamo potuto riprendere
tutti il cammino, anche se il nostro amico non
ha più potuto tornare in sella ed ha
concluso il suo viaggio come passeggero su una
delle Land, con la sua Vespa caricata sul carrello.
Percorrendo la provincia del Rio Negro
lungo l’alto corso dell’omonimo
fiume, il deserto lascia spazio a rigogliosi
frutteti dove pesche, albicocche, ciliegie e
fragole sono di stagione. Passata la città
di Nequen, la strada attraversa
nuovamente una zona desertica, che qui ha un
aspetto quasi lunare. La vista del lago
Ezequiel lascia incantati: le sue acque
sono di un’incredibile blue cobalto reso
ancora più evidente dal contrasto con
le rocce scure e la sabbia rosseggiante. Superata
Piedra de Aguila il paesaggio
ricorda molto quello dei film western, con morbide
colline modellate dal vento e scoscesi pendii
rocciosi. Lentamente la strada sale di quota
(arriveremo a oltre 1.200 mt.) e per la prima
volta vediamo in lontananza le Ande,
con le cime più alte ricoperte di neve.

A sera raggiungiamo San Carlos de
Bariloche sotto una pioggia gelata
a cui si mischiano pesanti fiocchi di neve.
Il nostro cammino attraverso la Patagonia
in questo tratto segue la strada che viaggia
mantenendosi ai piedi della cordillera andina.
Poco oltre la città di Esquel
incappiamo in un secondo incidente stradale,
alquanto singolare. Un immenso gregge di migliaia
di pecore governate da “gauchos”
a cavallo invade la strada proprio mentre passiamo
in carovana. Due di noi si tamponano finendo
a terra con le loro Vespa: mentre per uno non
ci sono conseguenze, per l’altro si tratta
di frattura della caviglia destra, e quindi
siamo costretti a chiudere anzitempo anche questa
tappa per l’indispensabile ingessatura.
Il giorno seguente la nostra marcia riprende:
ora sono due le Vespa caricate e due i feriti
al seguito della spedizione. Viaggiamo senza
concederci soste e nel tardo pomeriggio arriviamo
nella polverosa cittadina di Rio Majo.

Cambiamo gli pneumatici alle nostre Vespa sostituendoli
con i tassellati da fuoristrada: da qui in avanti
e per un bel pezzo l’asfalto sarà
solo un ricordo. Il giorno seguente con prudenza
ci avviamo sullo sterrato (che qui è
denominato “ripio”) della mitica
Ruta 40: nei lunghi rettilinei
riusciamo a viaggiare a 70 km/h e anche oltre.

Il vento è sempre presente e ci crea
grosse difficoltà, particolarmente nei
tratti spazzati dalle raffiche più intense.
Ci inoltriamo in un paesaggio che si fa sempre
più affascinante; viaggiamo attraversando
una sconfinata distesa di polvere, sassi e cespugli
tagliata in due dal tracciato della strada.
La sensazione di essere sbarcati su un altro
pianeta è fortissima. Avvistiamo branchi
di “guanaco”, il lama selvatico,
che ci capita di ritrovarci in mezzo alla strada
e mandrie di cavalli selvaggi. Riusciamo anche
ad avvistare dei “nandù”,
gli struzzi sudamericani, oltre ovviamente ai
simpaticissimi “armadillo”.

Alla sera per dormire piantiamo il campo nel
bel mezzo di questo affascinante “nulla”,
con la strada come unico riferimento. I tramonti
sono qualcosa di sensazionale, interminabili.
Più andiamo verso sud più il cielo
resta chiaro a lungo (quando arriveremo a Ushuaia
il sole tramonterà ben oltre le 23 per
lasciare spazio all’alba poco dopo le
4 del mattino!). Quando finalmente cala la notte
lo spettacolo è incredibile, con la nitida
visione della Via Lattea e la costellazione
della Croce del Sud come riferimento nel cielo,
quaggiù dove la Stella Polare non è
più visibile.
Arrivati a El Calafate riusciamo
a rimetterci in pari con la nostra tabella di
marcia e percorrendo un’ottantina di chilometri
di cui la metà asfaltati ci rechiamo
a visitare il Ghiacciaio Perito Moreno:
lo spettacolo offerto dal ghiacciaio è
qualcosa da togliere il respiro, difficile da
spiegare a parole.

Il fronte del ghiacciaio è alto più
di 60 metri e si resta in silenzio ammirandolo
e ascoltando la sua “voce“, fatta
di scricchiolii e sordi schiocchi a volte tanto
forti da sembrare vere e proprie esplosioni.
Di tanto in tanto, improvvisamente, enormi blocchi
di ghiaccio grandi come palazzi si staccano
con un rumore pazzesco finendo nel lago sottostante
in un esplosione di spruzzi.
Il nostro cammino lungo la “Cuarenta”
prosegue attraversando la provincia di Santa
Cruz dove incontriamo nuovamente la
pioggia che ci crea non poche difficoltà:
se viaggiare sul “ripio” asciutto
di per se è già molto impegnativo,
farlo sul bagnato è stato qualcosa di
pazzesco! La strada si trasforma in una vera
e propria palude, rendendo l’avanzata
estremamente difficoltosa. La velocità
di marcia è ridotta, restare in piedi
è veramente arduo e solo a sera riusciamo
ad arrivare a Rio Gallegos.
La Ruta 40 finisce qui ed entriamo
in Cile percorrendo la Ruta
3.

A Punta Delgada ci imbarchiamo
sul traghetto che attraversando lo Stretto
di Magellano ci porta a sbarcare in
sella alle nostre Vespa sulla Isla Grande
de Tierra del Fuego. Il giorno successivo,
superato questo tratto di territorio cileno
che di fatto taglia in due la nazione, rientriamo
in Argentina facendo sosta per la notte nella
città di Rio Grande.
L’ultima tappa del nostro viaggio ci riserva
ancora incantevoli scorci di panorama, sempre
diversi e sempre affascinanti, con la strada
in parte sterrata, che nel primo tratto costeggia
l’Atlantico per poi arrampicarsi nell’impegnativa
salita del Passo Garibaldi.
I tornanti sono spazzati da un implacabile vento
gelido che solleva e ci spara addosso mitragliate
di sabbia e ghiaia.
Arrivati a Ushuaia quasi non
ci rendiamo conto di essere riusciti a portare
a termine la nostra impresa. Passato il posto
di polizia all’ingresso della città
ci fermiamo e ci mettiamo un po’ di tempo
prima di cominciare a scendere dalle Vespa ed
abbracciarci. Non si può definire bella
Ushuaia, nonostante il suggestivo contrasto
di questa città di mare che sorge nel
punto in cui le Ande escono
dalle acque dell’oceano, circondandola
in una cornice di cime innevate anche adesso
che siamo in “estate”. È
sicuramente un posto impregnato di un suo fascino
tutto particolare, da città di frontiera,
che va al di là dell’aspetto turistico
della sua strada principale. Una città
che credo si possa apprezzare meglio arrivandoci
come abbiamo fatto noi, alla fine di un viaggio
lungo, difficile ma dal grande fascino.
C’è ancora un ultimo tratto di
strada da percorrere per poter dire di essere
arrivati al traguardo finale del nostro cammino:
ci rimettiamo in sella sotto una fitta pioggia
gelata e percorrendo una trentina di chilometri
attraverso il Parco Nazionale della
Terra del Fuoco arriviamo a Bahia
Lapataia. In quel punto finisce la
Ruta 3. In quel punto il nostro viaggio è
arrivato nell’unico posto in cui poteva
degnamente concludersi un’avventura irripetibile
come questa: alla Fin del Mundo!

Trascorriamo qualche giorno a Ushuaia per
riposarci. Alcuni di noi, più fortunati
e con più giorni a disposizione torneranno
a Buenos Aires in Vespa, percorrendo la Ruta
3 che segue, agevolmente asfaltata, la costa
atlantica. Per me e qualche altro compagno il
viaggio termina qui. Lasciamo le nostre benamate
Vespa nelle mani di uno spedizioniere che le
farà tornare via camion nella capitale,
da dove poi rientreranno via mare in Italia.
Mi auguro con questo mio racconto di poter essere
a di stimolo per qualcun altro. Anche se vi
può sembrare impossibile credetemi: imitare
ciò che abbiamo fatto io e i miei compagni
di viaggio potrebbe rivelarsi meno “impossibile”
di quanto possiate pensare!
Buona strada a tutti quanti! Lorenzo
Franchini